On The Bench: coach Luca Carezzano

Ritorna anche in questa stagione la nostra rubrica dedicata ai coach del Milano3 Basket. Questa volta andiamo alla scoperta di Luca Carezzano, vice della C Gold, proprio nella settimana in cui si celebrano i 20 anni dallo scudetto del Milano3. Perchè la sua storia in biancorosso viene da lontano…

Come ti sei avvicinato al mondo della pallacanestro?
“L’amore per il basket e per lo sport in generale è nato grazie alla passione che mi ha trasmesso mio papà Dario, da giovanissimo anche giocatore dell’Olimpia Milano negli anni ’70. La Pallacanestro è stato il primo sport praticato, ma da piccolo ho fatto anche nuoto e tennis. Ho avuto la fortuna di condividere questa mia grande passione sin da piccolo con i fratelli Bianchi (Carlo e Andrea, entrambi passati da Milano3), figli del grande Paolo Bianchi, tra l’altro capitano dell’Olimpia nel cuore degli anni ’70”.

Quali sono i modelli a cui ti ispiri?
“Da giocatore certamente Michael Jordan, lo considero il più forte di ogni epoca, un modello nel basket, ma anche nella vita. Da giocatore giocavo guardia, le mie armi vincenti erano tiro e una difesa molto aggressiva. Ci tengo anche a ricordare esempi della nostra Serie A come i compianti Alphonso Ford e Henry Williams, dominatori assoluti negli anni ’90. Da allenatore invece mi reputo molto più riflessivo, mi piace molto più leggere le situazioni e la partita, comprendere i giocatori e le loro caratteristiche, cercando di tirar fuori il meglio da loro. L’allenatore che ammiro di più è Ettore Messina, un grande uomo, sia dentro, ma anche fuori dal campo. Una menzione speciale ci tengo a farla per Massimo Bisin, il capo allenatore del nostro scudetto, la persona che mi ha insegnato tutto quello che so sulla pallacanestro giocata ed allenata”.

Cosa significa per te il Milano3 Basket?
“Abito a Milano3 ormai dal 1993 e appena arrivato, a 10 anni, mi sono subito iscritto a minibasket. Ho smesso di giocare nel 2004 e cominciato ad allenare. Con questo club ho vissuto ogni tipo di esperienza a livello giovanili e senior, da giocatore e da allenatore. Il Milano3 Basket rappresenta competizione, serietà, sogno, storia, amici, vittorie, sconfitte, professionalità e professionismo nonostante lo si faccia per passione in aggiunta ad impegni lavorativi di tutti i giorni”.

Qual é stato il momento più emozionante e quello più brutto nella tua carriera da allenatore?
“18 giugno 2000 e 4 giugno 2017 sono date che non dimenticherò mai. La prima, stupenda, è la data in cui vincemmo lo Scudetto Under17 (assieme ai miei migliori amici Sandro Pugliese, Massimo Nigrone, Mattia Picco e mio padre). Un’esperienza indimenticabile, caratterizzata da vittorie ottenute contro i settori giovanili di Serie A, sfidando giocatori che poi avrebbero fatto la storia della pallacanestro italiana e mondiale. La seconda, orribile, è quella della Gara 5 della finale persa per la promozione in serie B. Un’esperienza di vita unica perchè, nonostante l’amarezza, l’ho vissuta con gli amici di una vita (anche Carlo Bianchi) e con persone che stavano lottando per raggiungere un risultato al quale nessuno credeva potessimo arrivare. Purtroppo la sconfitta fa parte del gioco, ma veder festeggiare gli avversari è stato il più grande stimolo per migliorarsi in questi anni”.

Quali sono gli insegnamenti, aldilà della tecnica, che vuoi trasmettere alla squadra?
“Filosofeggiando mi piace pensare che si parla di squadra quando esiste un gruppo di persone intente a raggiungere un unico obiettivo. Penso si debba diversificare il messaggio per ogni giocatore perchè ognuno recepisce i messaggi in maniera diversa. Forse è proprio il concetto di squadra e di ruolo del singolo all’interno che mi piace sviluppare e trasmettere, ogni giocatore ha le sue caratteristiche e un ruolo ben definito, non solo tecnico, senza il quale la squadra non potrebbe esprimersi al massimo. Non arrendersi mai e sapere che, per ogni problema c’è sempre una soluzione, che per ogni tiro sbagliato c’è ne sarà sempre un altro da prendere e segnare”.

Hai mai pensato di fare il coach a livello professionistico?
“Vent’anni anni fa conoscevamo solo la realtà nazionale, sapevamo poco del mondo americano e delle miriadi di possibilità che esistevano in giro per il mondo. Oggi con un qualsiasi device puoi accedere a contenuti, scoprire realtà e professioni che esistono dall’altro capo del mondo ed ai quali, oggi, spero che i ragazzi si possano ispirare per crearsi opportunità nel mondo professionistico che non siano “solo” fare l’allenatore. Oggi come oggi per me sarebbe molto difficile farlo come professionista, ma, per esempio, mi piacerebbe lavorare in estate come Basketball Skills Trainer, cercando di far migliorare i giocatori in sessioni singole sulle loro caratteristiche personali di gioco”.

La differenza più evidente tra allenatore e giocatore?
«Come chiedere se preferisci il mare o la montagna… Forse l’unico trait d’union tra le due figure è comprendere che per entrambi bisogna capire quale sia il proprio ruolo. Penso che la squadra venga sempre al primo posto, sia che si abbia un ruolo da gregario o da stella, sia che si sia il giocatore che prende l’ultimo tiro per vincere o quello che porta lo borracce all’intervallo. L’importante, in campo o in panchina è avere un ruolo ed occuparlo al meglio. Allenare o giocare è diametralmente opposto e non sempre i grandi giocatori diventano grandi allenatori. Anzi».

Squadra del cuore?
«Mai avuta in verità…la grande rivalità durante le giovanili con l’Olimpia Milano non mi ha mai fatto tifare la squadra della mia città, mentre ho spesso ammirato le squadre dove militavano grandi campioni degli anni ’90. Su tutte Virtus Bologna e Benetton Treviso per le quali simpatizzavo,  mentre in NBA dico Chicago Bulls e Charlotte Hornets».

Lorenzo Lubrano

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